"Quadro"


All'interno della casa in cui vivo, nel grande e antico soggiorno, vicino al camino, si trova da sempre un antico quadro.
Le pennellate e i colori, particolarmente realistici, hanno spesso stimolato la conversazione negli ospiti, suscitando ammirazione e inorgogliendomi. 
L'immagine ritratta corrisponde a quella della mia dimora vista da lontano, mentre l'atmosfera è quella di una notte di luna piena, appena nascosta da un velo di nubi.
La grande villa a due piani sorge nel mezzo di un enorme spiazzo, poco oltre il limitare della foresta vicina. Lo stile è coloniale, maestoso, e buona parte della facciata visibile è ricoperta d'edera. 
Le grandi finestre dipinte non offrono al mondo alcuna luce e l'intero paesaggio pare come addormentato, fissato per sempre in una notte serena.
A quanto ricordo, la mia famiglia ha sempre posseduto tale quadro, così come ha sempre abitato nella casa in questione.
Ho sempre vissuto con familiarità in questo luogo, imparando ad apprezzare ogni suo angolo, dalle ombre della cantina agli anfratti impolverati della soffitta.
Eppure, da un po' di tempo evito la villa; non riesco più chiudere occhio e ho già disposto il mio trasferimento altrove e la vendita dell'immobile.
A chiunque mi chieda il motivo di questa fuga, di questo improvviso straniamento e inquietudine a soggiornare nella casa della mia infanzia, racconto sempre la stessa storia, anche a rischio di non essere creduto.
Una notte, circa un anno fa, mi trovai a trascorrere diverso tempo in solitudine nei pressi della magione. 
Ero appena ritornato da un viaggio di lavoro durato parecchi mesi, e mi aspettavo, come al solito, una cordiale accoglienza da parte dei domestici al mio servizio. Fu dunque con grande stupore che constatai l'assenza dei cuochi, dei giardinieri e delle cameriere e ancora più grande fu la mia sorpresa quando lessi la lettera a me indirizzata, affissa sulla porta d'ingresso.
Il messaggio, firmato dall'intera servitù, comunicava le immediate e collettive dimissioni di tutti i domestici della villa. A ragione di ciò, venivano indicate le più disparate motivazioni ma, su tutte, prevaleva la generale credenza che la casa fosse un luogo malevolo e poco sicuro. 
Venivano citate apparizioni pazzesche e fenomeni inspiegabili e, poco prima della firma in calce, era stilata un'esortazione a stare attenti e ad allontanarsi il più possibile.
Una volta letto il contenuto, strappai indispettito la lettera, liquidando le preoccupazioni dei domestici come il frutto di mere superstizioni e di una fervida immaginazione.
A causa della stanchezza dovuta al lungo viaggio optai per una cena frugale, rimandai la ricerca di nuovi servitori al giorno seguente e, infine, mi recai in camera da letto, ansioso di beneficiare di un buon sonno ristoratore.
Erano circa le due del mattino quando un colpo d'ansia mi svegliò di soprassalto.
Nulla di particolare aveva disturbato il silenzio e l'aria immobile della notte, eppure una molesta oppressione dell'anima gravava sul mio petto.
Dopo essermi rigirato tra le lenzuola per un tempo indefinito, e ormai completamente sveglio, mi convinsi ad alzarmi, per trovare quantomeno qualcosa da fare.
Accesi una candela, o per lo meno quel che ne restava, e mi diressi senza fretta alla sala di lettura.
Mentre procedevo per i corridoi deserti, con un'unica fiammella come timida compagna, ebbi la sgradevole sensazione di non essere completamente al sicuro.
Percepivo su di me uno sguardo maligno, truce, intento a seguire ogni mio più piccolo movimento.
A ogni passo, mi pareva di udire degli scricchiolii sinistri alle mie spalle, come se qualcuno mi stesse seguendo poco lontano.
In più occasioni mi girai di scatto per confermare i miei sospetti, ma, ogni volta che il mio cammino s'interrompeva, ecco che si zittiva anche il rumore dietro di me.
Immaginai si trattasse di semplici echi, rimbombi di una casa enorme e troppo vuota, e attribuii la mia angoscia alla suggestione scaturita dalla lettera della servitù.
Irrequieto, giunsi alla mia meta e, raccolti alcuni volumi, mi preparai a sfogliarli.
Dopo qualche minuto, però fui costretto a fermarmi.
Infatti, benché prima di andare a dormire avessi sbarrato io stesso ogni porta e finestra dell'edificio, constati con stupore l'oscillare delle tende della biblioteca, periodico come il respiro di un uomo.
Il fruscio stesso bastò a farmi rabbrividire, così, afferrati libri e candela, mi trasferii nell'antico salone.
Una volta acceso il camino, ripresi a leggere, cercando di scacciare ogni preoccupazione col tepore del fuoco e l'ausilio di una buona trama.
Ero appena riuscito a distendere i nervi, quando un fulmine poderoso squarciò le tenebre al di là della finestra, subito seguito da un boato assordante.
Credetti di essere stato investito io stesso dalla folgore e, prima che potessi riavermi dallo spavento, la furia di una tempesta nata dal nulla fu sopra la casa, e la pioggia prese a crivellare le vetrate del soggiorno.
Guardai atterrito la furia degli elementi abbattersi sul mio rifugio e, istintivamente, ebbi paura.
Il vento prese a gemere intorno alle mura, poi a ululare.
Mi voltai verso il camino, sperando di trarne conforto, ma una folata di aria gelida spaccò un vetro e proruppe nella stanza, spegnendo il fuoco come fosse un semplice fiammifero.
Fu in quel momento che lo vidi.
Il quadro, lo stesso quadro appartenuto alla mia famiglia da generazioni, raffigurava adesso una scena assai diversa da quella abituale.
La casa era sempre lì, ma lo scenario intorno sembrava mutato in un fosco, inarrestabile temporale. 
Preda del buio e confuso da un turbine di vento mi avvicinai alla parete.
A ogni fulmine che squarciava il cielo il quadro diveniva a me visibile, ma diverso di volta in volta.
Osservai la furia degli elementi mentre sbatacchiava gli alberi al limitare del bosco, le nubi scure fondersi le une con le altre, i lampi disegnare nel cielo figure misteriose.
Nel cielo si potevano ora scorgere due luci, ma queste erano molto più simili a un paio di mostruosi occhi gialli piuttosto che a lune.
Infine, concentrai la mia attenzione sulla villa.
Un lampo rivelò che la finestra del soggiorno, un tempo integra, era ormai in frantumi.
Accanto ad essa, arrampicato sull'edera delle mura, una creatura grottesca scrutava all'interno.
Come dicevo, non mi aspetto che qualcuno creda alla mia storia, e, un anno fa, io stesso avrei dubitato di un racconto del genere e della sua veridicità.
Eppure so bene che quella notte, voltandomi, persi del tutto il mio scetticismo e la mia lucidità.
Un'ombra gigantesca si stagliò su di me, proiettata da un fulmine.
E i suoi occhi, che dio mi perdoni, erano gialli e terribili.

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