La Porta





Nel cuore del paese di San Bartolomeo, sperduto ai confini con le Alpi svizzere, di tanto in tanto una domanda serpeggiante s'insinua nella mente degli abitanti.
La domanda è sempre la stessa, da tre generazioni, e non esiste paesano che non se la sia posta, almeno una volta nella vita.
Cominciò tutto in una notte di dicembre del '27. 
Quell'anno la neve non era ancora arrivata, ma già si avvertiva nell'aria un freddo pungente e il pizzicorino sulle guance dei bambini era foriero di corse sullo slittino e pattinate sul ghiaccio.
I ristoratori e i proprietari di casa avevano già controllato le imposte delle finestre e le assi dei tetti, onde evitare che spifferi dispettosi si intrufolassero indesiderati dentro le abitazioni, e le dispense erano state riempite adeguatamente con tutto il necessario per resistere fino alla primavera.
Nelle ultime settimane, tra le strade del paese camminava sempre meno gente, e dopo il tramonto era pressoché impossibile scorgere anima viva.
Era come se l'adagiarsi del sole sull'orizzonte siglasse un tacito accordo tra tutti i compaesani, un momento di ritiro collettivo che nulla aveva a che fare con le leggi scritte, e che tutto originava dall'istinto.
Fu in una di quelle notti che i fratelli Di Fede, di 8 e 10 anni, s'imbacuccarono per bene lasciando scoperti solo gli occhi e, senza fare rumore, sgattaiolarono in silenzio fuori casa.
I fratelli Di Fede erano sempre stati due discoli incorreggibili, e le loro monellerie erano conosciute in tutta San Bartolomeno e dintorni. Non c'era paesano che non fosse stato vittima di uno dei loro scherzi, che terminavano sempre in un rocambolesco inseguimento a rotta di collo. Finora, commentavano eroicamente, non erano mai stati acciuffati.
I due fratelli bighellonarono per qualche ora, spintonandosi e sghignazzando, facendo gare di corsa e lanciando sassolini alla finestra del loro maestro, per poi ritrarsi in un angolo buio e godersi la scena del povero maestro che, tra l'assonnato e l'inviperito, si lanciava per strada alla ricerca di un colpevole.
Gironzolarono talmente tanto che, alla fine, si ritrovarono nella piazza del paese. 
Una strana foschia era calata tutt'intorno, densa e impenetrabile, e i due fratelli facevano a turno ad allontanarsi nella nebbia l'uno dall'altro, per poi cercare di spaventarsi a vicenda, riapparendo all'improvviso alle spalle dell'altro.
Perciò fu solo dopo qualche tempo che Michele, il più grande dei due, si rese conto di essere rimasto a giocare da solo. 
Chiamò e chiamò il fratello più volte, ma senza risposta, finché camminando alla cieca, non arrivo al centro della piazza. Lì, la fitta nebbia sembrava assumere dei contorni netti, quasi tangibili, turbinando su se stessa in volute spiraliformi e delineando una sagoma surreale, ma chiara: una porta sul nulla.
La porta si stagliava nell'aria, alta quanto un uomo, ma non era possibile scorgere nulla oltre la soglia, perché la nebbia che vorticava si infittiva ulteriormente tra i contorni della porta, trasformandosi in un muro di bruma assolutamente impenetrabile a ogni sguardo.
Michele chiamò e chiamò ancora, ma ancora non ottenne risposta. Poi, sentendo la responsabilità del figlio maggiore e prendendo il coraggio a due mani, varcò la soglia in cerca del fratello. 
Sulla piazza e sul resto del paese, la neve prese a fioccare lievemente.


L'indomani, la gente del paese si svegliò come sempre e si preparò al solito tran tran. Affacciandosi alle finestre, le persone notarono con gioia uno spesso, candido manto che ricopriva le strade, i tetti delle case e i rami degli alberi, purificando il mondo.
I bambini tirarono fuori gli slittini e presero a giocare, rincorrendosi e improvvisando battaglie a palle di neve, ridendo come matti.
Fu un gruppo di loro che, avventurandosi nella piazza di prima mattina, scoprì la porta sul nulla. 
Essa si ergeva in mezzo alla neve, fatta di bruma e di foschia, nient'altro che un taglio nella trama del creato. 
Gli adulti tennero a distanza i pargoli, non capendo bene come interpretare quel fenomeno.
Quando la notizia della scomparsa dei fratelli Di Fede si diffuse, i paesani organizzarono estese ricerche dappertutto, ma senza successo.
Alla fine, intuendo il peggio, un paio degli adulti attraversò la porta, ma non fece più ritorno.
Matteo Buri, anziano boscaiolo, si offrì di varcare la soglia di nebbia legato ad una corda, tenuta all'altra estremità da un discreto numero di giovani cacciatori, così che questi ultimi lo potessero tirare fuori in caso di necessità. 
Con questo strumento di sicurezza, Buri si diresse verso la porta al centro della piazza e, fatto qualche passo, sparì.
Non passò neanche un momento che, subito, la corda si tese e i giovani cacciatori rischiarono di essere trascinati via, risucchiati anche loro al di là della porta. Fu solo con l'aiuto di tutta la cittadinanza disponibile che i giovani riuscirono a recuperare il boscaiolo, il quale riemerse dal muro di nebbia, accecato dalla bruma e incapace di riferire alcunché, per via dello spavento.
Piano piano, la cittadinanza si rassegnò. Fu proibito a chiunque di avvicinarsi alla porta e, dopo qualche mese, venne costruito un muro intorno a questa, così che nessuno potesse finirvi dentro, anche solo per sbaglio.
Il muro è ancora lì, intatto.
Al di là di questo, ancora oggi nelle sere d'inverno è possibile udire, flebile come un sussurro da un altro mondo, le risate di bambini che giocano tra loro.
E la domanda, nella mente dei paesani, è sempre la stessa.

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